Entrare in questa nuova mostra di Marco Canobbio è come varcare una soglia astratta, dove la logica si piega all’intuito e ogni colore diventa racconto. Una serie di opere che parlano senza parole, che usano la geometria come grammatica visiva per indagare l’identità, la memoria e le emozioni.
L’autore, attraverso una tavolozza intensa e decisa, ci accompagna in un viaggio tra simbolismo e forma pura, tra astrazione e figurazione stilizzata, con una coerenza stilistica che colpisce per maturità e consapevolezza.
Le tele ci immergono nel gioco della percezione. Bottiglie stilizzate, rettangoli irregolari e campiture morbide si rincorrono in composizioni equilibrate ma mai statiche.
Le bottiglie, ridotte a silhouette, ricordano le nature morte di Morandi, ma qui vengono decontestualizzate, rese icone astratte. Non è il contenuto ad essere importante, ma la presenza, il vuoto, lo spazio tra le forme.
La seconda tela, con i rettangoli dai bordi neri e i colori accesi, sembra evocare vetrate moderne o mappe urbane viste dall’alto. È un patchwork ordinato e vibrante, dove ogni riquadro è un frammento di narrazione cromatica.
Un’altra opera ci conduce verso una visione più fluida: forme biomorfe, come petali o cellule, si fondono in una danza ipnotica. Il colore prende il sopravvento sulla linea, e tutto si fa movimento e pulsazione.
La seconda serie di opere esplora il tema del volto. Qui l’artista si confronta con la rappresentazione dell’identità in chiave stilizzata e quasi totemica.
I volti sono allungati, piatti, simmetrici, con occhi grandi e labbra marcate. Hanno qualcosa di arcaico, di tribale, ma anche di profondamente moderno. Non sono ritratti, ma maschere dell’anima.
Nella grande tela verticale, le figure si susseguono in una sorta di “corale silenziosa”: ciascuna diversa nei colori ma identica nella forma, come a suggerire l’unità profonda che sottende le differenze.
Le tre tele accanto formano un trittico suggestivo. Nella prima domina la varietà cromatica, quasi un’esplosione di personalità. Nella seconda, i volti sono bicolori: bianco e nero, luce e ombra, dualità. L’ultima è la più pop: volti divisi da righe nere verticali, come in una striscia a fumetti, con colori vivaci e netti.
Queste opere pongono domande sull’identità: chi siamo sotto la maschera? E quante maschere indossiamo ogni giorno?
Le altre opere segnano un cambio di registro: qui l’artista si lascia andare a una sintesi più rigorosa e strutturata, dove il colore si fa più contenuto e il segno si fa architettura.
La grande tela è un affascinante studio di volumi e prospettive. Un paesaggio mentale costruito con piani triangolari, sfumature neutre e inserti testurizzati. Ricorda il Cubismo analitico, ma con un tocco personale: più calore, più morbidezza nei toni, meno rigidità.
Accanto, l’ultima opera è un vero labirinto visivo. Linee bianche tracciate su uno sfondo cupo e vibrante creano una struttura ipnotica, un percorso che si richiude su sé stesso. Un’opera più concettuale, quasi zen, dove la forma diventa meditazione.
Tutte le opere condividono un uso sapiente dell’acrilico, con stesure compatte e precise, colori pieni e netti, bordi marcati. La tecnica è controllata, ma non fredda: trasmette energia, intenzione, ritmo.
L’artista dimostra una straordinaria coerenza stilistica, pur esplorando registri diversi: dal figurativo al geometrico, dal simbolico all’astratto. La sua forza risiede nella chiarezza espressiva, nella capacità di evocare emozioni profonde con pochi elementi essenziali.
Questa mostra è un invito a guardare oltre la superficie. A riconoscere noi stessi nei volti stilizzati, a perderci nei colori, a ritrovarci nelle geometrie.
È un’arte che non pretende di spiegare tutto, ma che ci stimola a osservare, riflettere, sentire.
Un’arte accessibile ma mai banale, capace di parlare a chiunque, proprio perché nasce da un linguaggio universale: quello della forma, del colore e dell’anima.
Vi aspettiamo per viaggiare nella forma e nel colore di Marco Canobbio… Attratti da astratti …. distratti!


